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Il capolavoro della FIGC: bruciare Pirlo e Maldini senza giocare una partita

Paolo Maldini

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Pirlo scelto e bruciato. Maldini dentro e fuori nel tempo di una pre-stagione. Leonardo advisor di nulla. Il presidente della Lega Serie A che apprende le dimissioni dalla televisione come il più comune dei cittadini. Benvenuti nella FIGC 2026: dove anche il fallimento richiede troppa organizzazione per essere gestito.

Ieri è stato il mio quarantatreesimo compleanno e giuro, un regalo simile non me lo aspettavo.

Sedici giorni. Voglio che questo numero rimanga fisso in cima all’articolo, perché è il numero che racconta tutto. Sedici giorni è durata la grande rivoluzione del calcio italiano. Sedici giorni dall’annuncio trionfale di Paolo Maldini come direttore tecnico della Nazionale (“finalmente qualcuno di valore”, “la persona giusta per rilanciare il movimento”, “un nome che ispira fiducia”) alle sue dimissioni rassegnate al presidente federale Giovanni Malagò. Sedici giorni. Per capire la portata storica di questo risultato, tenete presente che un contratto di locazione richiede più tempo solo per la registrazione.

E il bello (si fa per dire) è che in questi sedici giorni di rivoluzione la Nazionale non ha giocato nemmeno una partita.

Il capolavoro: scegliere il CT sbagliato prima ancora di iniziare

Ripercorriamo la sequenza degli eventi con la precisione che merita una vicenda di questa levatura comica.

Malagò viene eletto presidente della FIGC e vuole fare le cose in grande. Convince Paolo Maldini, che di professione faceva il dirigente di club e non il selezionatore nazionale, ma dettagli, ad accettare il ruolo di direttore tecnico. Al fianco, Leonardo come advisor. La coppia rossonera del passato, riesumata per ridare lustro all’azzurro.

Maldini, con l’autonomia promessagli, sceglie il suo CT: Andrea Pirlo. Curriculum da giocatore stellare, esperienza da allenatore limitata ma ci sta, nome riconoscibile, faccia da copertina. Scelta fatta, comunicata, quasi ufficializzata.

Poi arriva il caso Fonbet. Pirlo comunica: “Ho appreso ieri sera di non essere più candidato alla panchina della Nazionale italiana”. Sponsorizzazioni con bookmaker russi, imbarazzo diplomatico, Shevchenko che attacca pubblicamente, il Ministro Abodi che si dissocia. Pirlo è bruciato prima ancora di mettere piede a Coverciano.

Fin qui, una crisi gestibile. Succede. Si cambia CT, si va avanti.

Invece no.

Maldini e Leonardo, secondo quanto trapela, sono furiosi per come è stata gestita la vicenda e sentono messa in discussione la propria autonomia nella costruzione del progetto tecnico azzurro.

Eccolo il punto. Malagò aveva promesso autonomia. Autonomia totale. Libertà di costruire il progetto tecnico senza interferenze. Era l’unica condizione che Maldini aveva posto per accettare. Ed era, a quanto pare, l’unica condizione che Malagò non era in grado di rispettare.

Perché nel mondo del calcio italiano (e qui non scopriamo nulla di nuovo) l’autonomia è una promessa che si fa quando si vuole convincere qualcuno ad accettare un incarico, e si dimentica il giorno dopo. La FIGC non fa eccezione. Malagò non fa eccezione. Il caso Pirlo ha mostrato a Maldini, nel modo più brutale possibile, che la sua autonomia decisionale aveva un confine preciso: funzionava finché le sue scelte non creavano imbarazzo politico a qualcuno più potente di lui.

A quel punto, Maldini ha fatto l’unica cosa che poteva fare qualcuno con un minimo di dignità professionale: ha preso le sue cose e se n’è andato.

Sedici giorni. Non abbastanza per fare un corso di primo soccorso. Abbastanza per bruciare il nome più prestigioso del calcio italiano sul palcoscenico federale.

La comunicazione: un esercizio di improvvisazione

Ma la parte più deliziosa di questa vicenda è la comunicazione istituzionale.

Il presidente della Lega Serie A, Ezio Maria Simonelli, uscendo dalla FIGC, ha dichiarato: “Abbiamo appreso dalla televisione delle dimissioni di Maldini e Leonardo, ne abbiamo preso atto”.

Dalla televisione. Il presidente della Lega Serie A ha appreso dalla televisione le dimissioni del direttore tecnico della Nazionale. Come un qualsiasi tifoso seduto sul divano. Come se la FIGC, la Lega e il Club Italia fossero tre entità separate che comunicano tra loro attraverso i canali generalisti.

E Malagò? “Su Maldini non posso dire niente”, ha risposto ai giornalisti. Il presidente della FIGC non può dire niente sul suo direttore tecnico che si è appena dimesso. Normale amministrazione.

Per completare il quadro: Chiellini, che aveva difeso Maldini con queste parole, “Sono le persone giuste per ripartire. Paolo merita piena fiducia”, si trova ora indicato come possibile sostituto dello stesso Maldini. La velocità con cui certi pronunciamenti diventano reliquie nel calcio italiano è davvero commovente.

Permettetemi un piccolo excursus storico, perché il contesto merita.

Paolo Maldini, inutile dirlo, è stato uno dei più grandi difensori della storia del calcio mondiale. Cinque Champions League, sette scudetti, una carriera da leggenda assoluta. Nessuno gliele toglierà mai.

Da dirigente, però, la storia è più sfumata. Al Milan ha costruito squadre interessanti, portato talenti, avuto scontri con la proprietà e lasciato in circostanze burrascose. Esperienze con luci e ombre, come è normale nel lavoro di dirigente.

Ora, con la FIGC, aggiunge alla lista un capitolo ancora più breve: direttore tecnico della Nazionale per sedici giorni, un CT scelto e bruciato, dimissioni rassegnate senza che la Nazionale disputasse una sola partita sotto la sua gestione.

È un record che probabilmente nessuno vorrà mai battere.

Cosa succede adesso?

I nomi, con Pirlo escluso, sono sempre i soliti: Roberto Mancini o Antonio Conte. Mancini, che aveva già guidato la Nazionale portandola alla vittoria all’Europeo 2020 prima di lasciare per l’Arabia Saudita. Conte, che la panchina azzurra l’ha già rifiutata una volta.

Cioè: dopo aver costruito il “nuovo corso” con Maldini e Leonardo, dopo aver scelto e bruciato Pirlo, si torna ai nomi che c’erano prima. Al punto di partenza. Come se i sedici giorni di rivoluzione non fossero mai esistiti.

E come direttore tecnico al posto di Maldini? Chiellini, l’uomo che aveva appena garantito per lui.

È la FIGC, bellezza. Dove i cerchi si chiudono velocemente, i nomi si bruciano ancora più velocemente e l’unica costante è il caos.

Una nota finale: dall’altra parte del Naviglio, noi guardiamo e sorridiamo amaro, come sempre

Non possiamo fingere che questa vicenda non ci procuri una certa, diciamo, soddisfazione. Non per cattiveria (o forse un pochino sì) ma perché il contrasto con quello che succede in casa Inter è troppo stridente per non essere notato.

Mentre la FIGC bruciava Maldini in sedici giorni e Pirlo in meno, Marotta e Ausilio costruivano un progetto triennale con Chivu che ha prodotto un Double storico, bilanci in attivo per la prima volta in vent’anni e una rosa competitiva a ogni livello. Mentre a Coverciano si cambiavano CT prima ancora di iniziare, ad Appiano Gentile si costruivano fondamenta.

La governance si misura sui risultati. E i risultati, in questo momento, parlano chiaramente.

Noi di Piazzainter.it aspettiamo con curiosità il diciassettesimo giorno. Quello in cui, presumibilmente, il prossimo direttore tecnico annuncerà il suo insediamento. E noi saremo qui a cronometrare.

Forza Inter. Sempre.

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Scritto da

Carlo Scavone

Interista integralista. Nerazzurro dal 1983. Co-Founder di Piazza Inter.

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