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Partiamo da una premessa che non è una formula di cortesia: questo non è un pezzo contro Josep Martínez. Il calcio non si giudica sulle persone, si giudica sulle prestazioni. E le prestazioni, in questo avvio di stagione, dicono una cosa che a Piazza Inter non possiamo far finta di non vedere.
Due partite di Champions League, due errori che hanno pesato direttamente sul risultato.
Al Bernabéu, l’8 settembre, un dribbling tentato e fallito che ha regalato il raddoppio a Valverde. Ieri sera contro il Club Brugge, sull’1-1, un’uscita avventata su un pallone che Akanji stava già controllando: la palla sotto le gambe, Tresoldi a porta vuota, partita girata.
In mezzo, il 14 settembre contro l’Udinese, il gol di Abankwah su un corner in cui il portiere è rimasto sulla linea invece di uscire.
Tre episodi in cinque settimane. E in tutti e tre il risultato ne ha risentito.
Sommario
Il punto non è l’età, è il percorso
C’è un argomento che circola e che va corretto subito: Josep Martínez non è un ragazzo da proteggere. Ha ventotto anni, è nel pieno della maturità calcistica.
Il problema è un altro ed è di percorso. Martínez non è diventato il portiere titolare dell’Inter per una scelta costruita nel tempo, ma per sottrazione: era il secondo di Sommer, lo svizzero non è stato rinnovato, la porta è rimasta libera.
Non è lo stesso di arrivare da titolare dopo essersi preso il posto in un altro grande club. È una differenza di sostanza, non di forma.
E qui cade anche l’obiezione più ovvia, quella dei portieri giovani lanciati dalle grandi: Donnarumma a sedici anni nel Milan, Buffon a diciassette nel Parma, Casillas a diciotto nel Real Madrid. Erano giovani, certo, ma erano talenti riconoscibili dal primo giorno e il tempo lo ha confermato.
In Martínez, oggi, quel talento non si vede ancora. Ed è un giudizio tecnico, non un’accusa.
L’Inter ha sempre scelto l’esperienza
Chi segue l’Inter da tempo lo sa: in porta questo club ha quasi sempre puntato sull’affidabilità. Sommer, Handanovic, Julio César, Pagliuca. Nomi diversi, epoche diverse, un filo comune: portieri che la squadra sentiva solidi alle spalle.
Non è una regola scritta e un talento vero merita sempre fiducia. Ma quando il talento non è evidente, l’esperienza diventa il criterio.
Sommer stesso è stato criticato, soprattutto sulle uscite. Eppure trasmetteva una cosa che oggi manca: la sensazione, per i difensori davanti a lui, che alle spalle ci fosse qualcuno che sapeva dove stare. Ironia della sorte, ieri sera era dall’altra parte del campo, con quattro interventi importanti.
Il portiere che sbaglia non è l’attaccante che sbaglia
Chivu ha difeso pubblicamente il suo portiere e lo ha fatto con parole chiare.
Dopo l’Udinese disse: «Ma perché dovete nominarlo? A me interessa come si reagisce e lui ha reagito alla grande, da grande portiere». E poi, più nettamente: «L’anno scorso il problema era Sommer e me lo avete fatto notare subito, quest’anno cominciate con Martinez. Lui e Provedel sono due portieri che danno il loro contributo e finché se ne parlerà lo difenderò alla morte. […] Martinez non è un problema e non sarà mai un problema».
Il paragone che l’allenatore ha usato altre volte – l’attaccante che sbaglia davanti alla porta non fa più notizia del portiere – è umanamente comprensibile.
Però, quando un attaccante sbaglia un gol, il danno è una rete non segnata. Quando un portiere sbaglia, il danno è una rete subita. Sono due cose diverse: la prima è un’occasione persa, la seconda è un punto di svolta che cambia il punteggio, l’inerzia e la testa di undici uomini.
E c’è un’aggravante quando l’errore nasce da un eccesso di audacia. Il dribbling a centrocampo che non riesce costa un’azione. Il dribbling in area che non riesce costa un gol. Un portiere può prendersi un rischio solo quando è sicuro al novanta per cento che l’azione finisca bene.
Perché proprio Provedel
Non si tratta di scaricare Martínez. Si tratta di usare quello che l’Inter ha in rosa.
Ivan Provedel non ha ancora giocato una partita ufficiale in nerazzurro. Ma ha trentadue anni e alle spalle anni da titolare in Serie A alla Lazio, in un contesto esigente. Porta esattamente quello che oggi manca: la sicurezza di chi ha già gestito la pressione di una porta pesante.
E qui c’è un passaggio che vale la pena notare. È stato Chivu stesso a dire che «lui e Provedel sono due portieri che danno il loro contributo». Se è così – e lo diciamo con le parole dell’allenatore, non con le nostre – allora provare Provedel non è una bocciatura di nessuno. È usare una risorsa che il tecnico considera equivalente.
La questione vera: la squadra ha bisogno di certezze dietro
L’Inter di Chivu gioca un calcio offensivo, con una difesa a tre che si alza e due quinti che attaccano. È un sistema che espone e che funziona solo se la retroguardia regge.
Dare alla squadra un portiere su cui non si debba trattenere il respiro non è un dettaglio: è una precondizione. Soprattutto in Champions, dove l’Inter è ferma a zero punti dopo due giornate e dove ogni errore pesa il doppio.
La nostra posizione è questa: è il momento di provare Provedel. Non per punire nessuno, ma per capire. Per dare a Martínez il tempo di respirare lontano dalle critiche e per dare alla squadra la sicurezza che oggi non ha.
Chivu ha detto che Martínez non sarà mai un problema. Noi non diciamo il contrario. Diciamo che l’Inter ha un’alternativa in rosa e che, con zero punti in Champions, vale la pena verificarla.
Il resto lo dirà il campo. Come sempre.
