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Scaloni, cosa hai fatto al nostro Toro?

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Stanotte, mentre le lacrime di Messi riempivano gli schermi di tutto il mondo e la Spagna alzava la seconda Coppa del Mondo della sua storia, Lautaro Martinez sedeva in panchina. Con le scarpe allacciate. Con gli occhi fissi sul campo. Con il gol contro l’Inghilterra ancora caldo nelle gambe e nel cuore.

Lautaro non ha giocato un solo secondo della finale del Mondiale 2026. Zero minuti. L’uomo che aveva segnato il gol che aveva mandato l’Argentina in finale, che si era consacrato come il giocatore più decisivo della fase a eliminazione diretta, che aveva dimostrato partita dopo partita di essere l’arma più affilata dell’Albiceleste nei momenti che contano. Seduto. Mentre la Spagna vinceva 1-0 ai supplementari con un gol di Ferran Torres al 106′. Lionel Scaloni, devo dirti una cosa: hai sbagliato. Clamorosamente.

Ripercorriamolo dall’inizio, perché la storia merita di essere raccontata in tutta la sua assurdità.

Nella fase a gironi, Lautaro partiva titolare e faceva fatica. Scaloni lo toglieva, le critiche si accumulavano, il dibattito sull’opportunità di schierarlo era aperto. Poi arriva la fase a eliminazione diretta e il copione si ribalta: Lautaro entra dalla panchina e decide tutto.

Contro l’Egitto, l’assist al 90’+2′ per il 3-2 finale – la rimonta completata grazie a lui. Contro la Svizzera, il gol al 120′ per il definitivo 3-1. Contro l‘Inghilterra in semifinale, il gol di testa nel recupero che manda l’Argentina in finale. Tre partite, tre contributi decisivi, sempre subentrato, sempre nel momento più difficile. Un rendimento da extraterrestre.

La logica avrebbe dovuto essere semplice: in finale, il giocatore più in forma e più decisivo deve scendere in campo. Titolare o jolly a gara in corso, ma deve giocare.

Invece no. A venti minuti dal termine, quando ci si aspettava l’ingresso di una punta fresca come Lautaro, Scaloni ha optato per Facundo Medina e Giovanni Simeone. Poi, con la squadra stanca e la necessità di non concedere spazi, l’ultimo slot per le sostituzioni è stato utilizzato per Marcos Senesi, un altro difensore. Sei cambi totali. Nessuno per il Toro.

La spiegazione risiede nella volontà di non schierare tre punte, poiché la Spagna controllava il gioco. Scaloni ha privilegiato l’equilibrio tattico rispetto alla potenza offensiva, scegliendo cambi conservativi mentre il risultato restava sullo 0-0.

È una spiegazione che ha una sua logica interna. Ma è una logica che non regge all’esame dei fatti.

Primo: la partita si è decisa ai supplementari, dove ogni energia rimasta in panchina avrebbe potuto fare la differenza. Lautaro, fresco di novanta minuti di riposo, avrebbe avuto le gambe per correre quando tutti gli altri erano esausti.

Secondo: il precedente contro l’Inghilterra. In quella semifinale la partita era bloccata, la difesa inglese teneva, l’Argentina non sfondava. Entra Lautaro al posto di De Paul, la partita cambia ritmo e nel recupero arriva il gol decisivo. Scaloni aveva già visto questo film. Sapeva come andava a finire con il Toro in campo.

Terzo: l’inerzia psicologica. Quando entri in finale sapendo di avere in panchina il giocatore che ti ha portato fino a lì, quel giocatore diventa un’arma psicologica oltre che tecnica. La difesa spagnola sa che prima o poi dovrà fare i conti con Lautaro. Il solo sapere che c’è cambia l’approccio difensivo. Scaloni ha rinunciato anche a questo.

L’uomo che aveva segnato il gol che aveva portato l’Argentina in finale non ha giocato un secondo della finale stessa. È una di quelle decisioni che restano nella storia del calcio, non per il coraggio, ma per il contrario.

C’è un problema più profondo, che va al di là della singola partita.

Scaloni ha gestito Lautaro per tutto il Mondiale con la coerenza di chi non sa dove collocarlo. Titolare nel girone, poi tolto quando non rendeva. Jolly nelle eliminatorie, poi dimenticato nella partita più importante. Un utilizzo ondivago, senza una visione chiara del ruolo che il capitano dell’Inter avrebbe dovuto avere nel progetto tecnico della Nazionale.

Un allenatore che gestisce il giocatore più in forma della sua squadra nel torneo come se fosse un’opzione invece che una certezza non sta facendo il suo lavoro. Scaloni ha vinto il Mondiale nel 2022, giustamente celebrato per quella impresa. Ma la scorsa notte, al MetLife Stadium di New York, ha lasciato la sua arma migliore in panchina e ha perso. E tra vent’anni, quando si parlerà della finale del 2026, la domanda che resterà senza risposta convincente sarà sempre la stessa: perché Lautaro non ha giocato?

In questa stessa giornata, mentre l’Argentina piangeva e la Spagna festeggiava, alcune testate hanno continuato a pubblicare trascrizioni selezionate e romanzate dell’inchiesta su Arbitropoli, già archiviata, già chiusa, già smontata dalla magistratura stessa.

Il parallelo è involontario ma preciso: nel calcio come nel giornalismo, c’è chi non riesce ad accettare che la realtà non coincida con la propria narrativa. Scaloni non riesce ad accettare che il suo giocatore più in forma meriti di giocare la partita più importante. Certi colleghi non riescono ad accettare che l’Inter sia stata scagionata e continuano a costruire castelli di carta con frammenti di intercettazioni decontestualizzate.

Il risultato, in entrambi i casi, è lo stesso: una sconfitta. Per l’Argentina, sul campo di New York. Per quei colleghi, sul campo della credibilità professionale.

Lautaro Martinez torna a Milano con il cuore spezzato e la medaglia d’argento al collo. La stessa medaglia che Messi ha tenuto in mano per qualche secondo prima di piangere davanti alla curva argentina.

Ma torna anche con qualcosa che Scaloni non può togliergli: i gol contro l’Egitto, la Svizzera e l’Inghilterra. La certezza di essere stato il giocatore più decisivo del suo Mondiale nella fase che conta. La consapevolezza che, se l’Argentina ha giocato la finale, lo deve in grandissima parte a lui.

Ad Appiano Gentile lo aspetta Chivu, che di decisioni sbagliate sui migliori giocatori sa qualcosa in più di Scaloni. Lo aspetta una stagione in cui dovrà difendere il double e provare a fare meglio in Champions. Lo aspetta San Siro, che di lui si fida ciecamente.

Il Mondiale è finito male. Ma la grandezza di questo Toro non finisce mai.

Forza Lautaro. Forza Inter.

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Scritto da

Carlo Scavone

Interista integralista. Nerazzurro dal 1983. Co-Founder di Piazza Inter.

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