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Davvero il mercato dell’Inter è un’agonia? I numeri raccontano un’altra storia

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Fratelli nerazzurri, permettetemi di iniziare con una provocazione.

Nell’estate del 2020, sotto Zhang, l’Inter prendeva Lukaku per 74 milioni, Hakimi per 40 ed Eriksen per 20. I tifosi erano euforici, il mercato sembrava da urlo, i social esplodevano di entusiasmo. Due anni dopo, però, l’Inter attraversava una grave crisi finanziaria, cedeva Hakimi al Paris Saint-Germain per fare cassa, perdeva Conte, ridimensionava la squadra vincente e registrava una perdita di 245 milioni di euro.

Qualcuno ricorda quella gioia? Qualcuno ricorda dove portò?

Ecco. Ogni volta che sento dire che il mercato dell’Inter è “un’agonia” e che Oaktree è “oggettivamente pericoloso”, mi torna in mente quella storia. E mi viene una domanda semplice: preferivate i fuochi d’artificio di Zhang o la solidità silenziosa di Oaktree?

Facciamo un passo indietro.

Nella stagione 2025/26, l’Inter di Cristian Chivu vince il ventunesimo Scudetto e la decima Coppa Italia. Un double storico, il primo dai tempi di Mourinho. Lo fa con una rosa costruita seguendo parametri precisi: nessun cartellino sopra i 25 milioni, nessun ingaggio superiore ai 3,5 milioni netti e un saldo di mercato attivo.

Perché il double non è piovuto dal cielo.

Non è un caso. Non è fortuna. È un modello.

Il modello Oaktree si basa su tre principi che, se applicati con coerenza, possono produrre risultati: conti in ordine, valorizzazione dei giovani e costruzione di un’ossatura tecnica stabile.

In tre anni l’Inter è passata da una perdita di 245 milioni a un utile di 35 milioni. Da una rosa costruita sul debito a una squadra basata sulla sostenibilità. Da un castello di carte a una struttura più solida.

E ha vinto ugualmente. Anzi, di più.

Si dice che non sostituire i big con giocatori dello stesso livello sia pericoloso. È una preoccupazione legittima. Ma quasi nessuno si chiede che cosa accada quando i grandi colpi non producono i risultati sperati.

Lukaku fu poi ceduto. Vidal non offrì il rendimento atteso. Sánchez alternò buone fasi a numerosi problemi fisici. Il percorso di Eriksen, invece, venne interrotto dal grave malore accusato durante l’Europeo, una vicenda che non può essere ridotta a una valutazione di mercato.

Erano tutti acquisti accolti con entusiasmo sui social. Operazioni costose che, con la parziale eccezione di Hakimi, non produssero sempre il rendimento previsto o furono condizionate da fattori fisici imprevedibili.

Il modello Oaktree ha invece prodotto Sucic, preso per 7 milioni dalla Dinamo Zagabria e già protagonista al Mondiale; Stankovic, ricomprato per 23 milioni e considerato tra i giovani più promettenti d’Europa; Pio Esposito, cresciuto nel vivaio nerazzurro e ritenuto incedibile a 21 anni.

Scommesse che stanno diventando giocatori di primo livello. Esattamente ciò che viene criticato come “troppo rischioso”.

È vero che il tetto imposto da Oaktree per i cartellini, circa 25 milioni per operazione, esclude l’Inter da alcune fasce di mercato. È vero anche che questo genera frustrazione: Palestra soffiato dal Chelsea, Paz praticamente tornato al Real Madrid (anche se ancora al Como), Khalaili fermato dall’idoneità del CONI.

Tre colpi mancati in una sola estate. Tre ferite che fanno male di primo acchito, ma che non dimostrano certo che l’Inter sia nelle mani di una dirigenza incompetente.

La domanda giusta non è: “Perché non spendiamo di più?”.

La domanda giusta è: “Chi spenderebbe di più al nostro posto e con quali conseguenze?”.

La Juventus ha cambiato proprietà, ha preso Carnevali e ha speso. Ma non partecipa alla Champions League. Il Milan ha investito molto negli ultimi anni. Ma non partecipa alla Champions League.

L’Inter, invece, è l’unica italiana presente nelle quattro competizioni europee, ha i conti in ordine e arriva da un double. Qualcosa starà facendo bene, no?

Il vero rischio non è spendere poco. Il vero rischio è spendere troppo e ritrovarsi a vendere un altro Hakimi per fare cassa.

La critica più solida rivolta a Oaktree riguarda la sostituzione di Dumfries. L’olandese è andato al Real Madrid e l’Inter non ha ancora trovato un sostituto di pari livello. È un fatto. Ma è un fatto parziale.

Innanzitutto, il mercato è ancora aperto.

Marotta ha detto chiaramente in conferenza stampa: “Restiamo fiduciosi, una soluzione si troverà”.

Chivu ha già studiato un piano B tattico, con Diouf impiegato da quinto di centrocampo offensivo. Aspettare il profilo adatto a condizioni sostenibili non rappresenta necessariamente una debolezza: può essere una scelta strategica.

Ricordate quando l’Inter aspettò settimane prima di prendere Sommer?

Tutti sostenevano che la porta fosse scoperta e che la situazione fosse disastrosa. Poi Sommer arrivò e diventò uno dei migliori portieri della Serie A per tre stagioni e mezza.

Il vero rischio è l’appagamento, non il mercato

Marotta lo ha detto in conferenza con parole precise: “Il nemico siamo noi stessi. La sindrome della vittoria, l’appagamento”.

Non il mercato. Non Oaktree. Non la Premier League irraggiungibile.

Il vero rischio dell’Inter 2026/27 non è avere Diouf da quinto invece di un esterno da 50 milioni. Il vero rischio è che Barella si svegli al mattino sentendosi già campione. Che Lautaro pensi che basti quanto ha già fatto. Che Chivu si sieda sugli allori del double invece di spingere ancora.

Quello che l’Inter ha costruito in tre anni con Oaktree, conti sani, identità forte, vivaio valorizzato e un allenatore cresciuto in casa, non si ottiene con i colpi di mercato da copertina.

Si ottiene con il lavoro quotidiano, con la pazienza e con una cultura del risultato che prescinde dal nome scritto sul cartellino.

La prossima volta che l’estate nerazzurra vi sembrerà un’agonia, provate a porvi una domanda diversa.

Non: “Perché non prendiamo giocatori famosi?”.

Ma: “Dove saremmo se avessimo continuato a spendere come durante la gestione Zhang?”.

La risposta è scomoda. E probabilmente ridurrebbe la voglia di lamentarsi del mercato.

L’Inter è campione d’Italia. Ha i conti in ordine per la prima volta dopo molti anni. Ha un allenatore che ha vinto un double alla prima stagione. Ha un progetto giovani che produce talenti.

Ha Lautaro, Barella, Dimarco, Bastoni, Thuram e Mkhitaryan, che si è ridotto lo stipendio pur di restare.

Siete sicuri che sia questo il momento di lamentarsi?

Forza Inter. Anche quando fa meno rumore del solito.

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Scritto da

Carlo Scavone

Interista integralista. Nerazzurro dal 1983. Co-Founder di Piazza Inter.

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