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L’Inter riparte e Spence esordisce, Chivu insegue da allenatore la Champions già vinta da capitano

Cristian Chivu

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L’Inter ritrova il campo e qualche sorriso in vista del Parma, mentre Cristian Chivu mette a fuoco il grande obiettivo: quella Champions League che da calciatore ha già sollevato, nell’anno del Triplete, e che ora insegue da allenatore. Nel test di Appiano Gentile i nerazzurri hanno superato 2-0 il Lumezzane, ma la notizia più attesa è un’altra: l’esordio in maglia Inter di Djed Spence. Intanto, in una lunga intervista alla piattaforma FutNet, il tecnico ha parlato del sogno europeo con la lucidità di chi sa che non esistono scorciatoie.

La ripresa sul campo: Spence c’è, recuperato Dimarco

L’amichevole a porte chiuse, due tempi da 35 minuti, si è chiusa con le reti di Mkhitaryan e del giovane Agbonifo. Ma il dato che interessa di più è il rientro degli acciaccati. Spence ha messo nelle gambe 50 minuti, schierato da esterno destro in un centrocampo a cinque: una buona indicazione in vista del campionato, che riprende sabato prossimo a San Siro contro il Parma.

Buone notizie anche da Federico Dimarco, costretto a saltare la Nazionale per un problema fisico e ora pienamente recuperato: ha giocato l’intera gara sulla corsia di sinistra. Resta ancora out Hakan Calhanoglu, tornato di recente ad allenarsi parzialmente in gruppo, che da lunedì dovrebbe riprendere il lavoro completo con la squadra.

Il sogno Champions, senza ricette

Sul fronte delle ambizioni, Chivu non si nasconde ma nemmeno si illude. “Vincere la Champions è bellissimo, è il sogno di tutti. È una competizione talmente importante che si fa sentire, c’è una grossa differenza tra una partita di campionato e una di Champions”, ha spiegato.

Nessuna formula magica, per il tecnico. “Non esistono i soldi che ti possono comprare una Champions, è una somma di tante cose che, durante la stagione, arrivano a un certo punto, tipo a marzo, dove ti fanno capire a che punto sei. Perché oggi dire chi è la favorita, sulla carta, è semplice nominarla. Ma chi arriverà in fondo e chi ce la farà non è semplice da dire”.

L’ambizione, però, va oltre la singola coppa: “Vorrei creare una cosa che dura, una cosa che lascia qualcosa di importante nelle pagine di questa meravigliosa società, e sto lavorando per quello. Ho mini-obiettivi da raggiungere in breve tempo, perché non penso mai fino in fondo”.

Quella Champions vinta da capitano, senza festa

Le parole sul trofeo assumono un sapore particolare per un allenatore che la coppa l’ha già alzata da giocatore, nel 2010, da protagonista del Triplete. Un trionfo vissuto, però, senza potersi godere fino in fondo i festeggiamenti.

“Avevo l’aereo e dovevo tornare in nazionale il giorno dopo, nonostante l’allenatore della nazionale mi avesse dato qualche giorno libero. Ma ho detto ‘No, sono capitano della squadra, io devo partire come tutti gli altri'”, ha raccontato. Oggi l’occasione è rivivere quella gioia da una prospettiva diversa, in panchina.

Il legame con Pio Esposito

C’è un filo che lega Chivu a Pio Esposito da anni. Il tecnico lo segue dai tempi dell’Under 14 nerazzurra, lo ha portato in Primavera due anni sotto età e gli ha affidato la fascia da capitano. “Rispose alla grande, comportandosi da persona molto sensibile”, ha ricordato.

L’allenatore ha elogiato soprattutto una scelta di coraggio del ragazzo: “Ha avuto il coraggio, perché nessuno lo racconta, di mollare la Primavera e di andare in un’altra realtà, che era la Serie B, in un’altra città, dove doveva dimostrare e ripartire da zero contro dei professionisti veri”. Una strada più difficile di quella comoda: “Poteva fare un altro anno in Primavera e far crescere l’autostima segnando magari 30 o 40 gol, però ha capito quanto doveva lavorare. E il secondo anno è esploso, perché ha fatto 17 gol in Serie B. Poi l’ho ritrovato in prima squadra più pronto, più maturo, con la stessa fame e la stessa voglia di migliorarsi”.

Sui giovani: “Nessuna crisi, è questione di cicli”

Infine, il tema della crescita dei giovani calciatori, su cui Chivu respinge l’idea di un declino del talento. “Una situazione così drammatica io non la vedo. Per me è una questione di cicli”, ha detto.

E quando si parla di responsabilità, il tecnico parte dagli adulti: “È facile puntare il dito, ‘gli allenatori del settore giovanile sbagliano, i giovani non ci sono più’. No, non è così, queste sono scuse, bisogna trovare modi e soluzioni nel fare, nel capire dove abbiamo sbagliato noi, perché la colpa è nostra, non è di quelli che arrivano da sotto”.

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