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Il giorno dopo, con il fiato tornato regolare, Cagliari-Inter 0-1 si legge diversamente da come si viveva al minuto ottantacinque.
Decide Calhanoglu al 9′, su assist di Barella: secondo gol consecutivo dopo quello al Monza, e per la seconda volta di fila dalla distanza. Poi ottanta minuti in cui l’Inter ha fatto tutto tranne l’unica cosa che serviva davvero: segnare di nuovo.
Il finale ha lasciato la sensazione di una vittoria scampata. I numeri dicono un’altra cosa, e vale la pena guardarli prima di giudicare.
I numeri: un dominio che il risultato non racconta
xG 3.67 contro 0.48. Trentuno tiri a dieci. Venticinque conclusioni dall’interno dell’area. Sei grandi occasioni contro zero.
E soprattutto: il Cagliari ha chiuso la partita con zero tiri nello specchio della porta.
Non è un refuso. La squadra di Pisacane non è mai arrivata a calciare verso la porta nerazzurra.
Con 3.67 di expected goals, l’Inter avrebbe dovuto vincere questa partita con tre o quattro reti di scarto. Ne ha segnata una.
Il salvataggio di Bisseck, e perché quello zero va spiegato
C’è però un episodio che merita una precisazione, perché è il motivo per cui quel dato è così netto.
Nel finale il Cagliari ha costruito la sua occasione più concreta, e Bisseck – entrato all’81’ al posto di Luis Henrique – ci ha messo il corpo mandando il pallone in calcio d’angolo. Senza quel salvataggio, molto probabilmente la partita sarebbe finita 1-1.
Ecco perché la casella dei tiri in porta segna zero: un pallone deviato prima di arrivare allo specchio non viene conteggiato. Il Cagliari il suo momento l’ha avuto, ed è stato un difensore subentrato dieci minuti prima a cancellarlo.
Chivu lo ha citato esplicitamente nel dopogara: «Bisseck fa un grande salvataggio, bisogna adattarsi in determinati momenti».
Una partita sofferta più in tribuna che in campo
Questa è la chiave per leggere la serata alla Unipol Domus.
Chi la guardava ha vissuto venti minuti di apnea. Ogni cross del Cagliari sembrava il preludio al pareggio, ogni corner una minaccia. Ma quella sofferenza è stata più percepita che reale, e i numeri lo confermano: otto corner concessi, zero tiri nello specchio.
Il motivo è semplice e Chivu l’ha spiegato senza girarci intorno: «Negli ultimi 10-15 minuti abbiamo un po’ perso le distanze. E loro sono riusciti a metterci un po’ di paura. Ma abbiamo capito il momento e ci siamo difesi di conseguenza».
Quando una squadra si abbassa e rinuncia a tenere il pallone, l’ansia sale anche se il pericolo concreto non arriva mai. È esattamente quello che è successo.
Il vero rammarico: il cinismo sotto porta
Il problema non è stato il finale. È stato quello che è successo prima.
Nel primo tempo l’Inter ha mostrato un sistema di gioco ottimo: palleggio, ampiezza, verticalità, occasioni costruite con continuità. Ha creato abbastanza per chiudere la partita entro l’intervallo. Non l’ha fatto.
«Queste sono partite che se non le chiudi subito poi rischi di andare in difficoltà. Il rammarico è questo», ha detto Chivu. E ancora: «Ci siamo complicati la vita da soli, abbiamo creato tanto ma alla fine abbiamo saputo soffrire. Il rammarico è non aver trasformato le tantissime occasioni. Dobbiamo essere più cinici sotto porta».
Non è la prima volta. Contro il Monza era successo qualcosa di simile all’inizio della ripresa: quindici minuti di dominio e tre gol, ma dopo un primo tempo in cui il possesso non aveva prodotto quasi nulla. Il problema non è la costruzione, è la finalizzazione.
Con un primo tempo giocato con lo stesso gioco e più freddezza, ieri la partita sarebbe finita al quarantacinquesimo.
La condizione: il tema che Chivu ha messo sul tavolo
C’è un’attenuante che l’allenatore ha voluto sottolineare, ed è quella fisica.
«Dobbiamo ancora trovare la condizione, soprattutto per quelli che sono tornati dal Mondiale. Mi riferisco ad Akanji, Calha, Lautaro. Thuram si vede che è indietro. Purtroppo dobbiamo pensare a ritrovare condizione a campionato iniziato. L’unico modo per farlo è far fare minuti a questi giocatori».
È un dato di realtà che spiega parecchio. Siamo al 30 agosto, alla seconda giornata, con quattro giocatori chiave che hanno finito la stagione più tardi di tutti. Chiedere brillantezza per novanta minuti in queste condizioni sarebbe irrealistico.
Le note positive, che sono parecchie
Barella ha giocato una partita grandiosa, e l’ha fatta nello stadio dove ogni suo pallone viene accolto dai fischi. La risposta è stata la solita: correre di più, servire l’assist del gol, non raccogliere.
Bastoni ha guidato il reparto con la sicurezza di chi lo fa da anni.
Josep Martínez ha vissuto una serata particolare: nel primo tempo ha praticamente guardato la partita, senza mai essere impegnato. Nella ripresa è stato sicuro nelle uscite alte, in una fase in cui il Cagliari alzava palloni in area con continuità. Non parate da copertina — non ce n’è stato bisogno — ma la lucidità di chi resta dentro la gara anche quando non la tocca. Per chi ha ereditato la porta di Sommer, è esattamente il tipo di prova che serve.
Buona anche la prova di Dimarco, ancora protagonista sulla sua corsia.
E poi ci sono gli inglesi. Stones e Curtis Jones sono entrati e si sono fatti sentire. Chivu ha frenato gli entusiasmi, ma con parole che dicono molto: «È ancora presto, sono appena arrivati. Hanno qualità, esperienza. Hanno giocato in Manchester City e Liverpool, per loro è pane e burro giocare in determinati campi. Dobbiamo ritrovare la condizione di Stones e per Curtis deve adattarsi al nostro gioco. Sono due ragazzi esemplari, hanno grande entusiasmo e siamo felici di averli».
Averli entrambi utilizzabili cambia il peso della panchina. In una stagione con Champions e campionato, è esattamente quello che il mercato doveva portare.
La classifica non permetteva passi falsi
C’è un motivo in più per cui questi tre punti valgono più di quanto il modo in cui sono arrivati suggerisca.
Juventus e Milan avevano già vinto. E con loro una Lazio che sta sorprendendo, trascinata da un ex nerazzurro: Davide Frattesi, due gol in due giornate da quando ha lasciato Milano.
L’Inter ha risposto. In un campionato che si annuncia affollato in alto, rispondere è quello che separa chi resta in corsa da chi si stacca a novembre.
Ora il Napoli, e poi il Bernabéu
Il calendario non concede respiro. A San Siro arriva il Napoli, primo big match della stagione.
Chivu non si è nascosto: «Noi siamo pronti ad affrontare una grande squadra come il Napoli, ha vinto due anni fa il campionato, l’anno scorso è arrivata seconda. Entrambe le squadre ci tengono a vincere ma c’è ancora tempo per prepararla. Ora godiamoci la vittoria, poi per il Napoli si vedrà».
Gli azzurri arrivano da una sconfitta interna con il Como: per loro è una partita delicata, perché perdere due scontri diretti nelle prime giornate significa partire in salita. Per l’Inter è l’occasione di misurarsi subito con una grande, tre giorni prima di volare al Bernabéu per l’esordio in Champions contro il Real Madrid.
IL TABELLINO
CAGLIARI-INTER 0-1
Rete: 9′ Calhanoglu (assist Barella)
Cagliari (4-2-3-1): Caprile; Zé Pedro, Deiola (83′ Ciervo), Rodríguez, Obert; Romano, Winks (57′ Kofler); Adopo, Fazzini (56′ Fadera), Maldini (78′ Borrelli); Mendy (57′ Kevin Carlos). All. Pisacane
Inter (3-5-2): J. Martínez; Pavard, Akanji (68′ Stones), Bastoni; Luis Henrique (81′ Bisseck), Barella, Calhanoglu (65′ Zielinski), Sucic (65′ Jones), Dimarco; Lautaro Martínez, Pio Esposito (65′ Thuram). All. Chivu
Arbitro: Fabbri di Ravenna
Ammoniti: 14′ Akanji (I), 56′ Deiola (C), 88′ Kevin Carlos (C)
Angoli: 8-6. Recupero: 2′ pt, 5′ st
Statistiche: possesso 35%-65%; tiri 10-31; tiri in porta 0-7; xG 0.48-3.67
