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A 38 anni Francesco Acerbi non ha alcuna intenzione di appendere gli scarpini al chiodo. In una lunga intervista rilasciata a Sport Mediaset durante le vacanze con la famiglia, l’ex difensore dell’Inter si è raccontato tra bilanci sull’ultima stagione in nerazzurro, il rapporto con Cristian Chivu e Simone Inzaghi, la porta sempre aperta per la Nazionale e la voglia di giocare ancora “per altri due o tre anni”.
Sommario
L’ultima stagione in nerazzurro, tra fatica e orgoglio
Acerbi ha definito la sua quarta e ultima annata all’Inter come “un po’ diversa dalle altre, ma… una delle più costruttive”. Il difensore ha raccontato un percorso altalenante, segnato da momenti di grande difficoltà mentale dopo l’eliminazione in Champions League: “Soprattutto dopo l’eliminazione in Champions, abbiamo fatto un paio di mesi, da gennaio a prima della sosta della Nazionale, in cui non stavamo più giocando, non eravamo noi, non riuscivamo a stare in campo, eravamo mentalmente stanchi”. Da quella fase di stanchezza la squadra è poi riuscita a reagire, complice anche l’assenza di una vera rivale in campionato.
Il giudizio su Chivu, tra riconoscimento e ridimensionamento della narrazione
Sul nuovo allenatore, Acerbi ha usato parole equilibrate, senza cadere in facili entusiasmi. Sul suo approccio alla gestione del gruppo ha spiegato: “Non ha voluto strafare: la squadra era quella, il modulo era quello. Ha provato a gestire il gruppo (…) sapeva quando eri un po’ stanco, cercava di dosati perché anche sa che sono tante partite”. Ma quando gli è stato chiesto se si fosse trattato di una narrazione un po’ esagerata su Chivu, la risposta è stata sfumata: “Ma no, ci sta che si dica. Però non è che ci ha motivato. Ci vuole sempre qualcuno che ti dica che puoi vincere con tutti e che sei forte (…) Una grande squadra deve essere così: l’allenatore empatico coi giocatori, che fa le regole e cerca di motivare nel momento e nel modo giusto i giocatori per farli esprimere al meglio”.
Il ricordo della finale di Champions e il rapporto con Inzaghi
Tornando sulla pesante sconfitta in finale di Champions League, Acerbi ha spiegato che a pesare di più, paradossalmente, non è stata quella partita: “Mi rode di più quella contro il City che ce l’avevamo in pugno, l’hai giocata… quella col Psg no (…) eravamo morti, sfiniti, basta”. Parlando del periodo successivo alla finale di Monaco, in cui la squadra era stata descritta da alcuni come a fine ciclo, Acerbi ha aggiunto: “La macchina era già accesa, non c’era da fare il meccanico e mettere a posto le cose”. Sul rapporto con il precedente allenatore, Simone Inzaghi, ha usato parole di stima reciproca: “Simone mi ha dato molta fiducia ma io l’ho ripagata altrettanto. Questa è la cosa che poi ti porta rispetto reciproco”, aggiungendo di aver vissuto con lui sette anni particolarmente positivi.
La voglia di giocare ancora e il futuro da allenatore
Sul proprio futuro, Acerbi non ha dubbi: vuole continuare a giocare ad alti livelli. “Ho esperienza e motivazione (…) A 38 anni ho ancora la voglia di un ragazzino: io voglio giocare (…) ho ancora voglia di andare avanti a certi livelli per 2/3 anni”, ha dichiarato, aggiungendo di non avere rimpianti sull’esperienza nerazzurra: “Con l’Inter mi sono lasciato bene: non ho nessun rimpianto. Anzi sono molto orgoglioso di questi quattro anni”. Sul capitolo allenatore, per ora accantonato ma non escluso, ha detto: “È un pensiero che ho (…) sì perché no mi piacerebbe”.
La porta aperta per la Nazionale
Nonostante il capitolo, mai chiuso del tutto, legato al rapporto con la Nazionale, Acerbi ha lasciato intendere disponibilità a un possibile ritorno: “Io non ho mai detto basta alla Nazionale (…) se Gattuso mi avesse chiamato sarei andato molto volentieri. Ho sempre detto che per me la nazionale è il top”.
Il pensiero su Haaland
Interpellato sull’attaccante norvegese del Manchester City, tra gli avversari più temuti del momento, Acerbi ha spiegato cosa serva per contenerlo: “Serve grossa attenzione ai minimi particolari e massima concentrazione. Coi giocatori così è un attimo, non puoi mollare un centimetro: devi sapere vedere le cose, devi essere cattivo”.
La dedica alla famiglia
A chiudere l’intervista, un pensiero rivolto al padre, a cui Acerbi ha attribuito buona parte del proprio percorso nel calcio: “Gli dedicherei tutto. Forse più la famiglia che il calcio (…) Lo devo solo ringraziare per il carattere che mi ha trasmesso e per tutto quello che ha fatto per me”.
