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Lettori tutti, interisti e non. Prendetevi un momento. Leggete questa frase ancora una volta, lentamente. “Il vuoto probatorio degrada tali ipotesi al rango della mera illazione”. Non l’ha scritta un avvocato difensore dell’Inter. Non l’ho scritta io o un sodale giornalista nerazzurro. L’ha scritta la Procura della Repubblica di Milano. Il sostituto procuratore Paolo Ascione e l’aggiunto Michele Ielo, il 15 luglio 2026, in diciotto pagine di richiesta di archiviazione firmate congiuntamente. Due magistrati che per due anni hanno condotto l’indagine ribattezzata dai media “Arbitropoli 2.0“, che hanno ascoltato intercettazioni, interrogato testimoni, analizzato designazioni arbitrali e risultati sportivi. E alla fine hanno scritto quella frase. Vuoto probatorio. Mera illazione. Tutto qui. Era tutto qui.
La richiesta di archiviazione, firmata il 15 luglio dal sostituto procuratore Paolo Ascione e dall’aggiunto Michele Ielo, riguarda l’ex designatore arbitrale Gianluca Rocchi e l’Inter, iscritta nel registro degli indagati soltanto nella fase finale dell’indagine e contestualmente archiviata.
Il provvedimento esclude che siano stati raccolti elementi in grado di dimostrare una frode sportiva finalizzata ad alterare il regolare svolgimento del campionato.
Le partite sotto la lente erano quattro: Bologna-Inter del 20 aprile 2025, il derby di ritorno di Coppa Italia del 23 aprile 2025, Inter-Verona del 3 maggio 2025 e Torino-Inter del 26 aprile 2026.
La Procura ricorda che la frode sportiva richiede “la prova di una volontà obiettivata di alterare la gara o comunque di incidere sul suo regolare svolgimento mediante atti idonei o orientati a tale scopo”. Un elemento che, secondo i magistrati, non emerge dalle intercettazioni.
Punto. Fine. Il castello era di sabbia.
C’è un passaggio del provvedimento che merita di essere letto con attenzione, perché è il più devastante di tutti, non per l’Inter, ma per chi ha condotto l’indagine.
Solo ipotesi e nessuna prova. A maggior ragione, dopo la “diffusione mediatica” dell’esistenza delle indagini, “non sembrano potersi svolgere utilmente investigazioni di alcun genere”, come il sequestro dei device (PC e telefoni), “che per scelta investigativa non è stato eseguito in precedenza”, dato che le intercettazioni in corso “apparivano confortare l’impostazione accusatoria”.
Rileggete. La Procura ammette che i telefoni e i computer degli indagati non sono stati sequestrati. Una scelta investigativa precisa, motivata dal fatto che le intercettazioni in corso “sembravano” confermare la tesi accusatoria. Poi non l’hanno confermata. E a quel punto, dopo che la notizia era trapelata sui giornali e il circo mediatico era già in piena attività, sequestrare i device non avrebbe più avuto utilità investigativa.
In altre parole: la prova principale non è mai stata cercata perché si credeva di non averne bisogno. Poi si è scoperto che senza quella prova non c’era nulla. E la ricerca di quella prova era diventata impossibile perché nel frattempo il caso era già esploso sui media.
Un’indagine che si è autodistrutta per eccesso di fiducia nella propria tesi. E nel mezzo, due anni di fango sull’Inter.
C’è un altro passaggio del provvedimento che, se non fosse tragico, sarebbe quasi comico.
In particolare, tra le ipotesi “residuali” c’è quella che le presunte interferenze di Rocchi siano legate alla promessa di un’utilità consistente in progressioni di carriera nel sistema arbitrale. La base probatoria di tale ipotesi “è costituita dall’esistenza di ottimi rapporti tra Gravina e Rocchi da un lato e dall’esistenza di un indubbio peso politico nella lega da parte del FC Internazionale, nella persona di Marotta, a sua volta legato da buoni rapporti personali con Gravina”.
Avete letto bene. La “base probatoria” residuale dell’accusa più grave che si possa muovere a un club calcistico – la frode sportiva, l’alterazione del campionato – è che Marotta ha buoni rapporti personali con Gravina. Buoni rapporti personali. Non una tangente. Non un accordo scritto. Non una registrazione. Non un bonifico. I buoni rapporti personali non vanno confusi con i Rolex regalati ai quali i dirigenti di altre compagini hanno abituato il calcio italiano.
Con questa logica, metà del mondo del calcio italiano dovrebbe essere indagata per frode sportiva. Chiunque conosca qualcuno che conosce qualcuno che potrebbe influenzare qualcosa è un potenziale imputato. È una teoria investigativa che non regge nemmeno all’esame di un primo anno di Giurisprudenza.
“Il vuoto probatorio degrada tali ipotesi al rango della mera illazione”. Procura della Repubblica di Milano, 15 luglio 2026. Diciotto pagine per dire che non c’era nulla. Due anni per arrivare al nulla.
Mentre la Procura firmava la richiesta di archiviazione, il mondo del calcio italiano stava guardando la finale del Mondiale. La notizia è passata quasi in sordina, sepolta dalle immagini di Messi che piangeva con la medaglia d’argento al collo. Ma il danno era già fatto. Lo era da mesi.
L’archiviazione evidenzia come non si riesca in nessun modo a dimostrare l’esistenza di una frode sportiva volta a incidere sul regolare sviluppo del campionato. Benissimo. Ma chi restituisce all’Inter i mesi di cori negli stadi, i titoli di giornale, i talk show dove opinionisti senza accesso agli atti processuali dibattevano di colpevolezze già stabilite? Chi restituisce a Giorgio Schenone, l’addetto agli arbitri nerazzurro, la serenità personale e professionale di chi si è trovato al centro di un’indagine che lo riguardava direttamente? Chi restituisce ai giocatori la concentrazione rubata ogni settimana da una valanga di domande su un caso che si è rivelato, nelle parole della Procura stessa, costruito su illazioni?
Nessuno. Non esiste un meccanismo legale, sportivo o mediatico che ripaghi questi danni. L’archiviazione chiude il fascicolo penale. Non chiude i titoli di giornale già pubblicati, non cancella i post già condivisi, non silenzia i cori già urlati.
E qui arriviamo al punto più doloroso. Mentre la Procura scriveva “vuoto probatorio” e “mera illazione”, alcune testate hanno trovato il modo di continuare a tenere vivo il caso pubblicando frammenti selezionati di intercettazioni, presentati come rivelazioni esplosive.
Frammenti che la stessa Procura, nelle diciotto pagine dell’archiviazione, ha già valutato e ritenuto insufficienti. Frammenti che vengono serviti ai lettori senza il contesto delle conclusioni investigative, senza la frase sul “vuoto probatorio”, senza la parola “illazione” che li depotenzia completamente.
È disonestà intellettuale allo stato puro. Scegliere quale parte del provvedimento pubblicare e quale omettere non è giornalismo: è propaganda. Prendere le intercettazioni che la Procura ha già valutato come insufficienti e presentarle come prove di chissà cosa non è informazione: è inganno sistematico dei lettori.
Chi lo fa sa esattamente quello che sta facendo. Sa che la frase “vuoto probatorio — mera illazione” uccide la narrativa che ha costruito per due anni. E sceglie di non pubblicarla, o di pubblicarla in fondo all’articolo dopo tre paragrafi di suggestioni. Sa che i lettori non arriveranno mai a leggerla.
La vicenda penale può considerarsi chiusa, ma resta aperto il capitolo della giustizia sportiva, che segue regole e percorsi autonomi rispetto ai tribunali ordinari. La Procura ha trasmesso gli atti alla Procura Federale della FIGC e al CONI. Bisognerà vedere cosa ne faranno.
Ma il punto è questo: se la giustizia ordinaria, dopo due anni di indagini con intercettazioni, audizioni e pedinamenti, non è riuscita a trovare una sola prova di frode sportiva, su quale base potrebbe la giustizia sportiva — con strumenti investigativi assai più limitati — arrivare a conclusioni diverse?
La risposta la lasciamo ai lettori. Noi di Piazzainter.it ci limitiamo a riportare le parole della Procura della Repubblica di Milano. Che sono le uniche parole che contano, in questa storia.
“Il vuoto probatorio degrada tali ipotesi al rango della mera illazione”.
L’Inter è pulita. Lo ha scritto chi l’aveva indagata.
Forza Inter.
