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Gianni Rivera non condivide la scelta del nome né quella di abbattere il vecchio impianto. L’ex Golden Boy affida a Repubblica le critiche al Generali Stadium, la nuova casa di Milan e Inter, e alla demolizione del Meazza.
Sommario
Cosa contesta Rivera nel nome del nuovo stadio
Il punto di partenza è il criterio con cui l’impianto prenderà il nome. «Invece di dare il nome di chi ha fatto la storia dei club, lo assegnano in base a chi paga di più», dice Rivera nell’intervista ripresa dalle agenzie. Da qui la proposta alternativa: «Pensi che gioia per i tifosi. Mi sarebbe piaciuto se lo avessero intitolato a me e al mio amico Sandro Mazzola».
Perché è contrario alla demolizione del Meazza
Sul destino dello stadio attuale la posizione, spiega, non è cambiata nel tempo: «Io con questa scelta non sono mai stato d’accordo». La motivazione che porta riguarda sia l’agibilità sia il valore della struttura: «L’impianto attuale è ancora perfetto per giocare. E ha una incredibile storia: è un monumento della città di Milano. Lo buttano giù per farne uno che non avrebbe nessuna ragione di esistere. Peggio per chi ha deciso così».
Si aspetta un invito all’inaugurazione?
Alla domanda sulla presenza alla cerimonia Rivera risponde legando tutto agli assetti societari: «Se mi aspetto un invito per l’inaugurazione? Dipende da chi sarà al comando. Adesso gli americani non mi vogliono vedere, con loro non penso sarà possibile».
I ricordi di San Siro, dal padre al Pallone d’Oro
La parte finale dell’intervista scorre sui ricordi personali. «Da piccolino andavo a San Siro a piedi con mio padre. Quando ho iniziato a giocare nel Milan, ogni tanto venivano lui e mia madre. Io gli chiedevo di essere pacati, di non fare commenti a voce alta. Mamma faceva fatica, le veniva da alzare la voce», racconta.
Il giorno più bello al Meazza, indica Rivera, resta la consegna del Pallone d’Oro: «Quando mi hanno consegnato il Pallone d’Oro nel ‘69. Un momento stupendo. E dire che potevo vincerne un altro, qualche anno prima: mi dissero che dovevano darne uno a Yashin, che era a fine carriera. Altrimenti sarebbe stato mio anche quello».
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