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Addio don Antonio, il prete nerazzurro che Milano non dimenticherà

Don Mazzi

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Ieri, 31 luglio 2026, se n’è andato don Antonio Mazzi. Aveva 96 anni. Fondatore di Exodus, educatore, giornalista, voce degli ultimi. E interista di cuore, come lo sono i milanesi veri: senza ostentazione, con una fedeltà che non ha bisogno di essere esibita. Milano piange. Noi anche.

Ci sono persone che, quando se ne vanno, lasciano un vuoto che nessuna parola riesce a riempire davvero. Don Antonio Mazzi era una di quelle persone.

Si è spento nel pomeriggio nella sua casa al Parco Lambro di Milano, lo stesso luogo dove aveva scelto di vivere, lavorare e restare vicino ai ragazzi che la società aveva deciso di dimenticare. Aveva 96 anni. Una vita vissuta per gli altri, con una grinta instancabile che lo rendeva riconoscibile. E con quella passione nerazzurra che ricordava come don Antonio non fosse soltanto un prete arrivato da Verona, ma anche un uomo capace di diventare profondamente milanese.

Nato a Verona il 30 novembre 1929, il 26 marzo 1955 viene ordinato sacerdote a Ferrara nella Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, fondata da san Giovanni Calabria. La sua missione prende una direzione decisiva quando arriva a Milano e incontra un dramma che la città fatica ancora ad ammettere: la diffusione dell’eroina e la condizione di tanti giovani persi tra strade, stazioni e parchi.

L’esperienza come direttore dell’Opera Don Calabria di Milano, in via Pusiano, a ridosso del Parco Lambro, mette don Mazzi di fronte alla sofferenza dei ragazzi finiti nel tunnel della droga. Da quell’incontro nasce l’intuizione di Exodus.

Non un centro di recupero tradizionale, ma una comunità fondata sulla relazione umana prima ancora che sul protocollo. Prima progetto, poi comunità e punto di riferimento nazionale. Don Mazzi propone di affiancare alle strutture residenziali percorsi educativi itineranti, le carovane, durante i quali il viaggio, la responsabilità e la vita di gruppo diventano strumenti di cambiamento.

Nel 1984 la Cascina Molino Torrette, all’interno del Parco Lambro, diventa la sede storica della Comunità Exodus. Da Milano il progetto cresce, raggiunge altre città italiane e porta le proprie attività anche all’estero. Il mondo diventa, in qualche modo, un Parco Lambro più grande: un luogo nel quale cercare chi è rimasto indietro e provare a ricominciare insieme.

Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, lo ha ricordato con queste parole: «Don Mazzi ha sempre rappresentato una delle anime di Milano, quella attenta al prossimo, vicina ai ragazzi e alle ragazze in difficoltà. Al nostro Paese mancheranno la grinta e la determinazione con cui ha portato avanti importanti battaglie sociali. E a me mancherà un vero amico».

Il Comune ha proclamato il lutto cittadino per lunedì 3 agosto. La bandiera civica sarà esposta a mezz’asta nelle sedi comunali.

Anche Mara Venier, che aveva sempre parlato di don Antonio come di una figura paterna, lo ha salutato con parole cariche di dolore: «Oggi perdo il mio secondo padre».

Don Antonio aveva questo dono raro: far sentire ogni persona speciale, amata, vista. Non soltanto i ragazzi di Exodus. Chiunque gli capitasse vicino.

Don Antonio Mazzi era interista. Non soltanto nel senso di chi segue una squadra o indossa una sciarpa. Il suo legame con i colori nerazzurri faceva parte del rapporto costruito negli anni con Milano, pur essendo nato a Verona.

Parlava di calcio con la stessa schiettezza con cui affrontava ogni altro argomento. Niente celebrazioni vuote e poca pazienza per la retorica. In una lettera rivolta nel 2020 alla curva nerazzurra scrisse di essere «interista da sempre», ricordando però soprattutto il valore educativo dello sport e la sua capacità di mettere in relazione generazioni diverse.

Per lui il calcio poteva diventare uno strumento educativo, un linguaggio comprensibile anche ai ragazzi più diffidenti. Lo aveva visto nelle attività di Exodus, dove il pallone non serviva soltanto a tenersi in forma: aiutava a rispettare le regole, accettare una sconfitta, fidarsi degli altri e ritrovare fiducia in se stessi.

Nel corso degli anni aveva incontrato calciatori, dirigenti e figure legate al mondo dello sport. Sapeva che un volto conosciuto poteva attirare l’attenzione, ma cercava sempre di trasformare quella popolarità in un’occasione per parlare di disagio, dipendenze e possibilità di riscatto.

Il ministro Francesco Lollobrigida lo ha ricordato così: «L’Italia perde un gigante dell’impegno sociale».

Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha parlato di «un uomo straordinario che ho avuto la fortuna di conoscere, stimare e chiamare amico. Ho sempre ammirato la sua capacità di guardare oltre le difficoltà, di non arrendersi mai e di restituire speranza a chi la vita aveva messo più duramente alla prova».

Don Antonio Mazzi ha ricevuto riconoscimenti accademici e istituzionali e ha scritto decine di libri. Ha collaborato con numerose testate, tra cui Famiglia Cristiana, Corriere della Sera, La Stampa, Il Giorno e Avvenire. È stato una voce radiofonica su RTL 102.5 e un volto televisivo riconoscibile.

Non aveva paura del microfono. Lo utilizzava per portare il disagio giovanile, la droga, la solitudine e le responsabilità degli adulti dentro spazi nei quali quei temi rischiavano di essere ignorati o ridotti a slogan.

La Fondazione Exodus ha annunciato la sua morte ricordando il vuoto lasciato nella comunità e l’affetto dei ragazzi e degli educatori che gli sono rimasti accanto.

I suoi ragazzi. Quelli che molti avevano già archiviato come persi. Quelli che lui guardava negli occhi cercando ciò che gli altri non riuscivano più a vedere: un futuro possibile.

La camera ardente è stata allestita alla Cascina Molino Torrette, sede storica di Exodus nel Parco Lambro. I funerali si terranno lunedì 3 agosto alle 15 nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano.

Una delle chiese che raccontano più da vicino la storia della città. Un luogo adatto per salutare un uomo che di Milano è stato, per decenni, una delle anime più riconoscibili.

Hai vissuto 96 anni cercando di farli bastare per salvare il mondo. E forse, per tanti ragazzi che hanno ritrovato una strada grazie a te, ci sei riuscito davvero.

Ci mancherà la tua grinta. Ci mancherà la tua voce. Ci mancherà sapere che lì, al Parco Lambro, c’era qualcuno che guardava Milano dal basso, partendo dai ragazzi, dagli ultimi e da chi non aveva niente, e trovava sempre un motivo per sperare.

E ci mancherà, lo diciamo con affetto e con un sorriso, sapere che da qualche parte c’era un prete che tifava per i nostri colori.

Riposa in pace, don Antonio. L’Inter la guarderemo anche per te.

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Scritto da

Carlo Scavone

Interista integralista. Nerazzurro dal 1983. Co-Founder di Piazza Inter.

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